C’è una generazione che sta nascendo in questi mesi e che non saprà mai cosa significhi “andare in ufficio”. Non perché glielo vieteremo. Ma perché, per lei, la domanda stessa non avrà senso.
La chiamano Generazione Beta — i nati dopo il 2025 — e rappresenta qualcosa di più di un’etichetta demografica. È la prima generazione per cui il lavoro non sarà un luogo, ma una condizione. Non uno spazio fisico da raggiungere, ma una rete da attivare.
Il nome non è uno slogan giornalistico. Lo ha coniato il sociologo australiano Mark McCrindle, lo stesso che nel 2008 battezzò la Generazione Alpha: nei suoi studi, la Generazione Beta — nata tra il 2025 e il 2039 — rappresenterà circa il 16% della popolazione mondiale entro il 2035, ed è descritta esplicitamente come la prima generazione cresciuta in un mondo di lavoro decentralizzato e connettività globale per default, non per eccezione. Vale la pena essere onesti sui tempi: i primi Beta entreranno nel mercato del lavoro non prima della metà degli anni Quaranta. Ma le strutture organizzative che troveranno già formate — o già dissolte — si stanno decidendo adesso, nei comportamenti di oggi.
Il tramonto di un’invenzione recente
Vale la pena ricordarlo: l’ufficio moderno, con i suoi orari fissi, le sue gerarchie visibili, la sua architettura della sorveglianza, è un’invenzione relativamente giovane. Meno di due secoli. Eppure lo abbiamo trattato come una legge di natura, qualcosa di immutabile quanto le stagioni.
Non lo è mai stato. Era una risposta organizzativa a un problema preciso: come coordinare grandi numeri di persone quando l’informazione viaggiava solo dove viaggiavano i corpi. Risolto quel problema — la rete ha sostituito la stanza — l’ufficio ha perso la sua ragion d’essere strutturale. È rimasto in piedi per inerzia culturale, per abitudine al controllo, per la comodità di confondere la presenza con l’impegno.
La Generazione Beta non erediterà quell’inerzia. Crescerà in un mondo dove i team si formano per la durata di un progetto e si dissolvono quando il progetto è concluso. Dove la collaborazione è distribuita su scala globale per default, non per eccezione. Dove la domanda non è più “dove lavori?” ma “con chi stai costruendo, in questo momento, qualcosa che conta?”
Dall’orario alla competenza
Il cambiamento più profondo non è geografico. È valoriale.
Per decenni abbiamo misurato il lavoro in ore di presenza, come se il tempo trascorso in un luogo fosse un proxy affidabile per il valore prodotto. Era una scorciatoia comoda per chi doveva supervisionare, meno per chi doveva produrre.
Il movimento verso le competenze è già misurabile. Secondo il Job Outlook 2026 della NACE (National Association of Colleges and Employers), il 70% dei datori di lavoro statunitensi utilizza oggi selezione basata sulle competenze per i ruoli entry-level, contro il 65% dell’anno precedente; McKinsey stima che le competenze predicano la performance lavorativa cinque volte meglio del titolo di studio. Ma è qui che la ricerca sociale diventa utile più della retorica aziendale: uno studio della Harvard Business School condotto con il Burning Glass Institute ha verificato che, tra le aziende che hanno pubblicamente eliminato il requisito di laurea, il cambiamento reale nelle assunzioni ha riguardato meno di un’assunzione su 700. Il cambiamento concreto si concentra solo nel 37% delle organizzazioni che hanno modificato davvero i propri processi selettivi, non solo il linguaggio degli annunci.
Vale chi sa fare, adesso.
Se la transizione reggerà fino in fondo, la Generazione Beta opererà secondo questo principio, più severo e più onesto: non chi ha timbrato il cartellino, non chi ha accumulato anzianità, non chi è stato visto nel posto giusto al momento giusto. È l’economia delle competenze nella sua forma più pura — spietata con chi si è seduto sulle proprie credenziali, generosa con chi continua ad apprendere.
Cosa ci dice, oggi, chi osserva i comportamenti
Chi fa ricerca sociale lo sa da tempo: i grandi cambiamenti organizzativi non nascono mai nelle sale del consiglio. Nascono nei comportamenti quotidiani, nelle scelte minute che le persone fanno quando nessuno le sta misurando — e arrivano nei board solo quando ormai sono già accadute.
Lo smart working forzato dalla pandemia non ha creato questa trasformazione. L’ha semplicemente resa visibile, accelerandone i tempi di qualche decennio. I numeri lo confermano, anche se in modo meno lineare di quanto la narrazione voglia suggerire. Secondo Gallup, oggi circa otto lavoratori su dieci tra quelli con mansioni compatibili trascorrono almeno parte della settimana fuori da un ufficio tradizionale — il 52% in modalità ibrida, il 27% interamente da remoto. Ma la stessa area di ricerca registra anche una tensione opposta: una parte consistente del management fatica ancora a fidarsi della produttività che non può osservare di persona, e i mandati di rientro in ufficio restano spesso uno strumento di controllo più che una misura di efficacia dimostrata.
È lo stesso scarto, non a caso, che ritroviamo nelle assunzioni per competenze: la distanza tra ciò che un’organizzazione dichiara di valorizzare e ciò che effettivamente misura. Quello scarto — non la tecnologia in sé — è il vero terreno su cui si gioca la transizione che la Generazione Beta erediterà.
La domanda che resta
Resta una domanda, ed è quella sociologicamente più interessante: se il lavoro non avrà più un indirizzo, dove troveremo il senso di appartenenza che l’ufficio — nel bene e nel male — ci ha sempre fornito?
Non sarà più un edificio a darcelo. Forse sarà il progetto stesso, la sua durata limitata e intensa, la qualità delle persone con cui scegliamo — per davvero, non per assegnazione — di costruirlo.
L’ufficio scompare. La domanda di senso, no. E probabilmente sarà proprio lì, nello spazio lasciato vuoto da pareti che non ci sono più, che si giocherà la prossima grande trasformazione organizzativa.
Gianni Bientinesi è sociologo, autore e CEO di Business Intelligence Group (BIG). Il suo ultimo libro, “Decidere nell’era dell’algoritmo” (Minerva Edizioni), esplora come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando i processi decisionali nelle organizzazioni.


