L’università del futuro non si gioca sulla tecnologia. Si gioca su chi resta a insegnare a chi, e perché.

Ci sono tre orologi appesi alla parete dell’università italiana, e nessuno dei tre segna la stessa ora.

Il primo è demografico e va lento: misura coorti, natalità, tassi di passaggio dalla scuola all’ateneo. Il secondo è quello del mercato del lavoro, e da due anni ha cominciato a scattare in avanti in modo disordinato. Il terzo è quello della tecnologia, e corre così veloce che nessuno si azzarda più a leggerlo.

Il dibattito pubblico sull’“università del futuro” tende a guardare solo il terzo orologio. È un errore di prospettiva che costa caro, perché la crisi che sta arrivando non è tecnologica. È una crisi di funzione: a cosa serve un’istituzione che formava persone per un primo gradino professionale che qualcuno, nel frattempo, sta segando.


Il numero che nessuno voleva vedere

A fine febbraio 2026 il monitoraggio preliminare del MUR ha registrato 327.468 immatricolati contro i 338.893 dello stesso periodo dell’anno precedente: −3,3%, oltre undicimila matricole in meno. È il primo arretramento dall’anno accademico 2021/22, cioè dalla fine della spinta post-pandemica.

I rettori hanno invitato — legittimamente — alla prudenza: dati parziali, procedure ancora aperte, e la riforma dell’accesso a Medicina con il semestre aperto ha alterato i comportamenti di iscrizione. Ma la composizione del dato dice più del totale.

Area disciplinare 2024/25 2025/26 Var.
Scienze pure (fisica, matematica, chimica) 33.753 27.595 −18%
Ingegneria industriale e dell’informazione 41.403 44.901 +8%
Area medico-sanitaria e farmaceutica 41.737 37.770 −9%
Immatricolati per area disciplinare. Fonte: monitoraggio preliminare MUR, febbraio 2026.

Chi legge questi numeri come effetto meccanico del calo delle nascite si sbaglia di dieci anni. Il Rapporto ANVUR 2026 lo dice con chiarezza: i nati nel 2008 saranno gli immatricolati diciannovenni dell’a.a. 2027/28. L’inverno demografico non è ancora arrivato negli atenei. Quello che osserviamo è la fine di una crescita che l’ANVUR definisce “inerziale”, alimentata dalle coorti più numerose e da un innalzamento temporaneo del tasso di passaggio dalla scuola all’università.

Tradotto: il calo del 2026 non è demografia. È scelta. E le scelte, a differenza delle curve di natalità, si possono influenzare — ma solo se si capisce cosa le sta muovendo.

Le stime presentate agli Stati generali dell’Università proiettano una discesa dalle attuali 330.000 immatricolazioni a 250–280.000 entro il 2040. In un Paese penultimo in Europa per quota di laureati, con davanti l’obiettivo comunitario del 45% di laureati fra i 25 e i 34 anni entro il 2030, questa non è una statistica. È una questione di posizionamento competitivo nazionale.

Il gradino segato

Qui entra in scena il secondo orologio, quello che il sistema accademico ha finora sottovalutato di più.

L’analisi di SignalFire sui movimenti professionali di centinaia di milioni di profili ha mostrato che nelle grandi aziende tecnologiche i neolaureati sono scesi al 7% delle nuove assunzioni nel 2024: un quarto in meno rispetto al 2023, oltre la metà in meno rispetto al 2019. Nelle startup il crollo è più netto: dal 30% del 2019 a meno del 6%.

42%

La sottoccupazione dei neolaureati statunitensi fra i 22 e i 27 anni nella primavera 2026: il livello più alto dal 2020.

Fonte: Federal Reserve Bank of New York.

E poi c’è il dato che, da ricercatore, considero il più rivelatore. Un’indagine di luglio 2026 su mille responsabili delle assunzioni in aziende con oltre cento dipendenti riporta che il 48% preferirebbe investire in strumenti di intelligenza artificiale piuttosto che assumere e formare un neolaureato. Il 61% considererebbe un laureato senza tirocinio solo per certi ruoli, o per nessuno. E il 76% dichiara che i neolaureati hanno bisogno di assistenza per comprendere documenti di base: memo, contratti, budget.

Attenzione a non leggere questi numeri con la lente più comoda. Uno studio della London School of Economics del maggio 2026 sostiene che il lavoro da remoto è un predittore migliore dell’IA nello spiegare il calo delle assunzioni entry-level: la supervisione a distanza costa di più, l’apprendimento informale sul posto di lavoro si assottiglia, l’incentivo dell’impresa a investire su un profilo junior si riduce di conseguenza. Non è il robot che ha preso il posto del giovane. È l’organizzazione che ha smesso di volerlo formare.

Il risultato, però, è identico. Il primo gradino della carriera — quello che l’università ha sempre dato per scontato come destinazione naturale dei suoi laureati — si sta assottigliando. E un’istituzione che promette accesso a un gradino che non c’è più entra in una crisi di credibilità prima ancora che di iscritti.

La valutazione non è un dettaglio amministrativo: è il modo in cui un’istituzione dichiara pubblicamente che cosa considera conoscenza.

Il campo di battaglia vero

Il terzo orologio produce un effetto che va molto oltre il “gli studenti barano con l’IA”.

L’EDUCAUSE Horizon Report 2026 — Teaching and Learning Edition, costruito da un panel internazionale con framework STEEP, individua il punto con precisione chirurgica: l’intelligenza artificiale rende progressivamente insensata la valutazione tradizionale, e gli atenei si stanno spostando verso dimostrazioni di apprendimento autentiche e basate sul processo anziché sul prodotto finale. Non è una questione di integrità accademica. È una questione epistemologica: se il prodotto non certifica più il percorso, l’intero apparato valutativo dell’università novecentesca perde valore probatorio.

Nel frattempo il consenso interno si incrina. La Global Survey 2026 del Digital Education Council registra in Nord America una discesa dell’intenzione dei docenti di usare l’IA dal 76% al 67% in un solo anno. Non entusiasmo: disincanto.

La ricerca pubblicata su Frontiers in Education nel 2026 identifica come lacuna critica proprio la governance integrata — formazione dei docenti, allocazione delle risorse, linee d’uso trasparenti. Le policy scritte dopo l’adozione non governano niente: certificano ciò che è già accaduto.

Deloitte, nel suo 2026 Higher Education Trends, parla apertamente di un settore pronto per la reinvenzione, fra calo delle iscrizioni, riduzione dei finanziamenti pubblici, avanzamento dell’IA e regolamentazione in movimento. Bryan Alexander, in Peak Higher Ed, è più netto: siamo al picco. E ciò che viene dopo un picco non è un altopiano.

Ciò che l’algoritmo non può sostituire

A questo punto il ragionamento potrebbe scivolare nella liturgia consueta: più digitale, più micro-credenziali, più orientamento al mercato. Sarebbe la conclusione sbagliata, e per una ragione che i dati stessi suggeriscono.

Se tre selezionatori su quattro lamentano che i neolaureati non sanno leggere un contratto o un budget, il problema non è la carenza di competenze tecniche. È la carenza di competenza interpretativa: la capacità di stare davanti a un testo complesso, ricostruirne la logica, individuarne gli interessi impliciti. È esattamente ciò che l’università è nata per fare e che ha progressivamente delegato altrove, inseguendo la professionalizzazione.

Juan Carlos De Martin, in Università futura, lo ha detto con una formula che vale più di molti piani strategici: l’università sopravviverà se saprà reinventarsi come coscienza critica della società. Tomaso Montanari, in Libera Università, insiste sulla libertà di ricerca e insegnamento come precondizione, non come ornamento. In un’epoca in cui generare contenuto plausibile costa zero, l’unica cosa che conserva valore è il giudizio su ciò che è vero, rilevante e ben fondato. E il giudizio non si scarica: si allena, lentamente, dentro una comunità di persone che si guardano in faccia.

L’università del futuro non vince perché adotta l’IA meglio delle altre. Vince perché è l’ultimo luogo in cui si insegna sistematicamente a non fidarsi della prima risposta.

Cinque tesi di lavoro

Da chi fa ricerca sulle decisioni per mestiere, cinque proposizioni operative.

1. Il calo è una scelta, non una curva

Va studiato con strumenti di ricerca sociale — motivazioni, rendimento atteso percepito, alternative disponibili (ITS, telematiche, ingresso diretto nel lavoro) — non con proiezioni di natalità. Chi confonde i due piani prenderà le decisioni giuste per il problema sbagliato.

2. Costruire internamente il primo gradino

Tirocini strutturati, laboratori con committenti reali, progetti valutati da esterni. Non come esperienza accessoria: come parte del curriculum e della certificazione.

3. Anticipare la riforma della valutazione

Chi arriva per ultimo alla valutazione autentica si troverà con titoli percepiti come non informativi dal mercato: la forma più silenziosa e irreversibile di svalutazione.

4. La governance precede l’adozione

Chi possiede la decisione, quali usi sono ammessi, come si valuta il rischio, come si formano le persone, come si monitorano i sistemi. Una policy scritta a posteriori è un verbale, non un governo.

5. La differenziazione è inevitabile

Cento atenei non possono seguire la stessa traiettoria. La domanda non è “come diventiamo tutti università di ricerca”, ma “qual è la nostra funzione irriducibile nel territorio in cui operiamo”. È la domanda del posizionamento: la ricerca di mercato sa da decenni come si affronta.

Coda

Le istituzioni non muoiono quando perdono risorse. Muoiono quando perdono la capacità di spiegare a se stesse a cosa servono.

L’università italiana ha davanti dieci anni in cui la demografia toglierà studenti, il mercato toglierà gradini d’ingresso e la tecnologia toglierà evidenza probatoria agli esami. Tre sottrazioni simultanee. Ma una sottrazione, per chi sa leggerla, è un invito a decidere cosa tenere.

L’errore sarebbe rispondere adattandosi. La risposta è ricordarsi che l’università non è un servizio di certificazione professionale con quattro anni di ritardo: è l’unico luogo in cui una società organizza per sé il tempo lungo del pensiero.

Nell’era in cui tutto viene generato, l’unica cosa che va ancora costruita è il criterio.


Fonti

  • MUR / USTAT — monitoraggio immatricolazioni a.a. 2025/26, dati preliminari, febbraio 2026
  • ANVUR — Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca 2026, cap. 1
  • EDUCAUSE — 2026 Horizon Report, Teaching and Learning Edition
  • EDUCAUSE con AIR, NACUBO, CUPA-HR — The Impact of AI on Work in Higher Education, 2026
  • Digital Education Council — AI in Higher Education Global Survey 2026
  • Deloitte Insights — 2026 Higher Education Trends
  • SignalFire — analisi sulle assunzioni entry-level nel settore tecnologico
  • Federal Reserve Bank of New York — dati sulla sottoccupazione dei neolaureati, 2026
  • ResumeTemplates.com — indagine su 1.000 responsabili delle assunzioni, luglio 2026
  • London School of Economics — studio su lavoro da remoto e assunzioni entry-level, maggio 2026
  • Bryan Alexander — Peak Higher Ed, Johns Hopkins University Press, 2026
  • Juan Carlos De Martin — Università futura, Codice Edizioni
  • Tomaso Montanari — Libera Università, Einaudi, 2025
  • Frontiers in Education — ricerca sulla governance dell’IA negli atenei, 2026

Gianni Bientinesi è sociologo, fondatore e amministratore delegato di Business Intelligence Group. Il suo ultimo libro è Decidere nell’era dell’algoritmo (Minerva Edizioni, 2026).